Il regime della separazione dei beni nell’ordinamento italiano, di Paolo Quacquarini Specializzando - Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università di Macerata e Camerino.

26 aprile 2019

Per ciò che concerne il regime patrimoniale tra i coniugi, l’ordinamento italiano riconosce e disciplina una serie di istituti di veste pattizia, alternativi alla c.d. comunione legale dei beni, di cui quello della separazione merita particolare menzione.

A seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975, si è attuata una sostanziale modifica al regime patrimoniale coniugale, prevedendo l’applicazione automatica della comunione dei beni nell’ipotesi in cui le parti, all’atto del matrimonio, non abbiano disposto diversamente, segnatamente per la separazione dei beni o per altre convenzioni matrimoniali.

Ad oggi, difatti, il regime della separazione risulta applicabile solamente dinanzi ad una precisa volontà coniugale, la quale può essere resa nel momento stesso del matrimonio dinanzi all’ufficiale di stato civile o al ministro di culto, o anche in un momento successivo, mediante la redazione di un atto pubblico.

Le ragioni sottese alla previsione legislativa del 1975 concernevano soprattutto l’applicazione del principio di solidarietà ed uguaglianza familiare, così come riconosciuto in Costituzione.

La comunione dei beni, prevedendo una contitolarità in capo ai coniugi per tutti gli acquisti eseguiti in pendenza del matrimonio, realizza una concreta compartecipazione ugualitaria degli stessi alla vita coniugale, sottendendo che entrambi contribuiscano alla realizzazione e all’incremento del patrimonio coniugale, anche mediante il lavoro casalingo.

Ad oggi, tuttavia, il regime della comunione dei beni risulta applicato solamente in via residuale da un 27,8% delle coppie, secondo gli indici Istat del 2017, tale per cui la c.d. separazione dei beni rimane l’istituto patrimoniale favorito dai coniugi. Difatti, nel contesto sociale odierno, in cui le donne hanno sempre più accesso nel mondo del lavoro e una propria indipendenza economica, stanno venendo meno le ragioni che avevano indotto il legislatore a tutelare le stesse all’interno del nucleo familiare, in cui la titolarità dei beni era suscettibile di permanere in capo alla sola figura maschile, in quanto unico percettore di reddito.

Per ciò che concerne gli effetti patrimoniali correlati al regime della separazione dei beni, essi ben si differenziano rispetto a quelli della comunione.

Ai sensi dell’art. 215 del codice civile e seguenti si dispone che i coniugi che convengano per tale regime patrimoniale conservino la titolarità esclusiva di tutti i beni acquisiti unilateralmente in pendenza del matrimonio. Del pari, i singoli proventi ottenuti dal proprio lavoro rimangono in capo al solo coniuge. Non si dispone, dunque, alcuna automatica cointestazione dei beni e dei frutti.

L’unico caso di contitolarità, salva la possibilità di optare per la comunione convenzionale, è rappresentato dall’ipotesi in cui i coniugi acquistino un determinato bene congiuntamente. In siffatta circostanza, si dispongono le regole sottese all’istituto della comunione ordinaria ex art. 1100 c.c., ben differenti rispetto a quelle della comunione legale dei coniugi, giacché gli sposi permangono liberi di disporre della propria quota di proprietà.

Il regime della separazione dei beni apporta, inoltre, una serie di garanzie qualora una delle parti si trovi in stato di insolvenza verso i propri creditori. In tale ipotesi, la garanzia patrimoniale è costituita solamente dai beni del coniuge debitore, risultando il patrimonio personale dell’altro inattaccabile. Ciò beneficia soprattutto quelle coppie in cui le parti, o una di esse, svolgano lavori rischiosi sul piano economico, come le attività di imprenditoria.

L’unica ipotesi di deroga, largamente contemplata dai giudici sebbene non disposta nei testi normativi, si rinviene quando il debito sia contratto per la gestione di affari inerenti al nucleo familiare, allorché, a titolo di garanzia, il creditore faccia affidamento verso il patrimonio di entrambi i coniugi.

Ulteriori profili di semplificazione si rilevano nell’ipotesi dello scioglimento della coppia coniugale. Difatti, salve le ipotesi dell’obbligo del mantenimento verso l’altra parte e gli eventuali figli, i beni rimangono in capo ai singoli titolari, applicandosi le regole della comunione ordinaria solo nell’ipotesi di acquisti congiunti o quando non sia possibile stabilire documentalmente la proprietà in capo all’uno o all’altro – ciò avviene soprattutto per i beni mobili che non siano ad uso personale.

Da tale breve disamina circa i principali aspetti del regime della separazione dei beni emergono numerosi elementi di favore rispetto al regime della comunione legale, quale la possibilità di disporre unilateralmente dei singoli beni, senza previa autorizzazione dell’altro partner, nonché profili di maggior tutela nel caso di debiti personali.

Tale maggior discrezionalità nella disposizione dei propri beni non implica comunque il riconoscimento del libero arbitrio in capo ai coniugi. Essi non possono sottrarsi agli obblighi primari di assistenza e di contribuzione ai bisogni familiari, attraverso il compimento di atti dispositivi di mero nocumento. Ciò integrerebbe, altresì, una specifica fattispecie di reato, rubricata all’art. 570 c.p.

Le argomentazioni testé enucleate si applicano altresì per le coppie delle unioni civili, in quanto la L. n. 76 del 2016 assimila le medesime al rapporto di coniugio, specie per ciò che concerne gli effetti in tema di comunione e separazione dei beni.